— La mappa è il territorio

Oggi è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne  – un altro di quegli appuntamenti che detesto, come sa chi segue questo blog, ma per i quali bisogna comunque lavorare, come dice giustamente Mafe De Baggis su Facebook, “per rendere inutili prima le ultime due parole, poi la giornata intera.”

E partendo da quanto scrive Loredana Lipperini nel suo ultimo post, specialmente questa parte:

“In tutte le storie in cui si parla della famiglia c’è una mamma che fa biscotti e cioccolato caldo e torte, le bambine sono confuse e spaventate e puliscono con la magia le loro stanze! Le bambine sono sempre in minoranza, sono quelle che scoprono i fiori mentre gli uomini scoprono cimeli di famiglia fantastici, che parlano dei fratellini e se raccontano una fiaba parlano di principi e principesse, mentre  i maschi parlano di draghi e robot”

vi voglio raccontare qualcosa di me.

Quand’ero piccola amavo le macchinine, la cassetta degli attrezzi di papà e il Meccano. Ma mia madre regalò ad altri le mie quattroruote, il cugino maschio ebbe il Meccano per Natale, e la cassetta era off limits.

Quand’ero piccola durante i pranzi di famiglia ci si aspettava che io, in quanto femmina, aiutassi a servire in tavola e a sparecchiare, e se, indicando mio cugino, mio padre e i miei zii, chiedevo “perché io sì e loro no?” nessuno ebbe mai il coraggio di rispondere “perché sei una femmina”. Non lo facevano apposta, ma proprio non concepivano che potessi essere priva di muliebri virtù.

Come scriveva @tillneuburg in un commento a questo post di Giovanna Cosenza,

Un creativo nostrano difficilmente si farebbe venire in mente una headline tipo “Italians do it better” con sopra le foto di Montessori, Hack, Modotti, Magnani, Pivano, Levi Montalcini… gli sembrerebbe assurdo pensare una campagna dove gli uomini invocano l’aiuto delle donne per guarirli finalmente dal razzismo sessuale delle mafie e della Chiesa… non se la sentirebbe di chiedere ironicamente la parità tra i generi sollecitando l’adeguamento (verso il basso) degli stipendi maschili ai livelli di quelli femminili… non ce la farebbe a proporre una campagna titolata “Ecco un vispo maschietto, tutto suo padre!” abbinata a eloquenti immagini di bamboline Barbie, oggetti Winx, un fotogramma del kitsch-cartoon Heidi, contrapposta a un’altra campagna, parallela, con la headline “Ecco una femminuccia dolcissima, tale e quale la Mamma” con immagini di videogiochi militari, ragazzini conciati da ultrà calcistici, videate da cartoon di manga combattenti…

Così le mamme continuano a cuocere biscotti, le bimbe a scoprire i fiori, i padri a rientrare stanchi dal lavoro e i bimbi a darsele di santa ragione con spade e mostriciattoli vari.

Per me negli anni le cose sono migliorate, mio padre mi ha insegnato a fare i nodi per fissare i bagagli sul tetto della macchina e a montare una presa, e nonostante sia diventata juventina (colpo al cuore per la sua fede viola) è contento di discutere con me del campionato. Parenti e amici in blocco mi chiamano quando si tratta di compare un computer o sintonizzare un decoder, e i miei nipoti non vedono l’ora di passare di qua per mettere le mani sul mio corredo Apple.
Ma rimango ancora una simpatica, bizzarra eccezione. E mia madre si sente in colpa per aver dato in isposa siffatta pessima casalinga, come se in qualche modo avesse fallito nel suo compito di educatrice, e si turba se le racconto che il coniuge la domenica mattina si diletta a pulire i fornelli mentre io leggo il giornale ad alta voce.

Questo non è un mondo per femmine, non lo è ancora, ma potrebbe diventarlo. E sta – anche – a noi, che ci ricordiamo delle macchinine e del Meccano e preferivamo leggere sul divano piuttosto che cucire un corredino alla Barbie (e oggi preferiamo leggere in poltrona piuttosto che pulire le credenze) insegnare le cose in modo diverso.

Così forse un giorno in tv si smetterà di riferire che tra le vittime di un naufragio c’erano “vecchi, DONNE e bambini”, e si parlerà semplicemente di PERSONE.

sintassi

Chiara Valerio è una delle mie icone contemporanee. Non so se le piacerebbe sentirsi definire icona, a naso non credo, ma in fondo io che ne so?
Chiara Valerio l’ho “incontrata” qualche anno fa sulle colonne del Sole 24 ore, l’ho ritrovata nei suoi libri e nei suoi saggi sparsi in rete e mi sono innamorata della sua mente acuta, della sua intelligenza mobilissima, del suo parlare di corsa usando un linguaggio fiorito che non teme di essere alto e basso nello stesso discorso (per farvene un’idea potete ascoltarla in questa breve intervista rilasciata a RaiEdu).
L’ho seguita su Twitter, dove mi ha fatto l’onore di seguirmi a sua volta (non sto scherzando, per me è davvero un onore), l’ho ascoltata a Pordenonelegge mentre intervistava Antonio Pascale presentandosi come la sua valletta, e finendo col dominare la scena (l’ho amata ancora di più.  L’ho abbracciata perfino, alla fine dell’incontro, quando mi ha salutata e riconosciuta mandando in estasi la piccola groupie che vive in me.

Chiara è una dottoressa in matematica che scrive libri, pubblica critica letteraria, ama Virginia Woolf, fa la redattrice per Nuovi Argomenti e Nazione Indiana e l’editor per Nottetempo (e di sicuro un sacco di altre cose che non conosco perché, appunto, io che ne so).
E nei suoi pezzi di critica – vera, colta e accorta, piena di rimandi e suggestioni – scrive cose molto belle che dicono non solo dei libri di cui parla, ma anche di lei e dei suoi pensieri. Che, in caso non si fosse capito, mi piacciono parecchio.

Sulla Domenica del Sole di ieri, per esempio, parlando di Bambina mia (libro finora a me ignoto, ma che mi procurerò quanto prima) ha scritto questa cosa che personalmente vergherei sui muri:

“Leggendo Bambina mia ci si accorge che la letteratura, quando è tale, è sempre civile. Perché […] imparare le parole e usarle bene e condividerle e raccontarle, in un romanzo di formazione sentimentale e culturale, personale e di comunità, è un passo vero verso un quotidiano in cui la prepotenza, la maleducazione, l’indifferenza verso gli altri e il disprezzo per l’ambiente, per esempio, possono essere limitati, analizzati. Ricostruire un terreno condiviso di concetti e parole, reintrodurre temporali, modali e causali, le subordinate, per riportare nella nostra paratassi il rapporto di causa effetto, e dunque la responsabilità, le conseguenze e le correzioni. E anche per essere più felici.(il grassetto è mio)

Se dare un nome alle cose è fondamentale per poterle capire, imparare ad articolare il pensiero e a costruire cattedrali di parole non ci trasforma in novelli Proust, ma in esseri umani capaci di affrontare il mondo e convivere con la sua complessità, invece di farcene risucchiare.

Credito immagine.

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“Là dove non c’è direzione ogni direzione è concepibile, ogni partenza segna un approdo, ogni approdo porta con sé lo scalpito della partenza, e allora affidiamoci a questa disperata libertà, sospesi tra inquietudine e abbandono, slancio e inettitudine, e mentre le parole, proprio adesso, affiorano dal bianco come un’isola remota, potremmo pensare: noi ci siamo, abbiamo scelto, si può partire da qui, da un punto qualsiasi, il nostro.”

Nel programma di Pordenonelegge 2013 c’è questa citazione tratta da Questa libertà, primo libro in prosa di Pierluigi Cappello, che di solito fa il poeta – e lo fa bene, anche.
La leggo distrattamente, seduta a un tavolino in piazza, davanti alla mia limonata con sciroppo di menta. Le parole mi scappano, torno indietro, la rileggo piano, come ormai non sono più abituata a fare, e finalmente la sento. La capisco. E vedo me.
“Noi siamo, abbiamo scelto, si può partire da qui, da un punto qualsiasi, il nostro.” Non avrei mai saputo dirlo meglio. Questa disperata libertà, sospesa tra inquietudine e abbandono, slancio e inettitudine, è la fotografia del mio presente. Tempo fa avrei tremato davanti all’immenso in cui ogni direzione è concepibile. Oggi sento solo lo scalpito della partenza, la voglia di allargare le braccia come Rose sulla prua del Titanic, e di volare.

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Così dovrebbe essere ogni inizio d’autunno: una villa di campagna, la tavolozza di Renoir, un cappello di paglia e una bimba bionda che stende strisce di pasta sulla crostata. Sometimes French do it better.

Una domenica in campagna, di Bertrand Tavernier, 1984.

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Questa è stata la storia della tua vita. Ogni volta che arrivi a un bivio il tuo corpo cede, perché il tuo corpo ha sempre saputo quello che la tua mente non sa, e benché scelga di cedere, sia per mononucleosi o per gastrite o per attacchi di panico, il tuo corpo ha sempre sostenuto in gran parte il peso delle tue paure e delle tue battaglie interiori, incassando i colpi a cui la tua mente non vuole o non può reggere.

(Paul Auster e io abbiamo qualcosa in comune. Appena la schiena torna più dritta dell’olivo attuale, prometto che ricomincio a scrivere)

Paul Auster, Diario d’inverno, Einaudi.

No no no, non ho scordato né cestinato il planning selvaggio secondo cui riempire questo blog almeno fino a gennaio, e nemmeno sono sprofondata in un pozzo di tristezza ammazza-scrittura. Semplicemente ho ingaggiato una feroce lotta con la pigrizia di questi lenti giorni d’agosto, e ha vinto lei. E visto che quando non puoi batterli devi assecondarli (per fregarli poi, ovvio) ho deciso di scompaginare un po’ i piani: per quel che resta di agosto scriverò più liberamente. Cosa questo voglia dire di preciso, lo scoprirò mano a mano che procedo. Prendetela come una parentesi sperimentale.

Per cominciare, oggi anziché poesia vi elargisco due citazioni da un libro che ho amato molto, Demoni e muse di Patricia Dunker.

«Tutti gli scrittori, in un modo o nell’altro, sono dei pazzi. Non dei grand fous come Rimbaud, però matti, assolutamente matti. Perché noi non crediamo nella permanenza della realtà. Sappiamo che può frammentarsi, come una lastra di vetro o il parabrezza di un’auto. Però sappiamo anche che la realtà si può inventare, riordinare, ricostruire, rifare… La scrittura è di per se stessa un atto di violenza perpetrato contro la realtà.»

«È la solitudine di vedere un mondo diverso rispetto a quello degli altri intorno a te. Le loro vite rimangono separate dalla tua. Tu riesci a vedere l’abisso e loro no. Tu vivi in mezzo a loro ma loro posano i piedi per terra, mentre tu cammini su un vetro. Loro si rassicurano con il conformismo, con somiglianze attentamente costruite; tu sei mascherato, conscio della tua differenza assoluta.»

brightstar-1Romantico in tutti i sensi della parola, Bright Star racconta la storia commovente dell’amore fra il poeta John Keats e Fanny Brawne con incantevole poesia, ma senza un briciolo di sdolcinatezza (Jane Campion non conosce questa parola), ed è una tale gioia per gli occhi che fare una selezione delle immagini è stata durissima, perché con le sedici canoniche non ci arrivavo nemmeno a un terzo. Così ne ho scelte di più, e per compensare scriverò meno. Molto meno. Praticamente nulla.

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Edit: grazie al graditissimo commento di Elena Petrassi (rispetto al quale agisco col mio solito, mostruoso ritardo), ho aggiunto in calce al paragrafo su Grazia Livi il link alla voce a lei dedicata nell’Enciclopedia delle Donne, della quale Elena è autrice. Non so come mi sia potuto sfuggire in prima battuta, visto anche quanto amo l’EdD, ma come sempre meglio tardi eccetera.

Ed ecco le altre cinque grandi signore letterarie che finiscono di comporre il mio piccolo pantheon (naturalmente ce ne sarebbero svariate altre, ma il gioco è gioco, e se dieci dovevano essere, dieci saranno).

  • Colette – Sidonie-Gabrielle Colette, meglio nota col solo cognome, è una di quelle figure femminili in largo anticipo sui tempi che non smettono di affascinarmi. Scrittrice, ma anche attrice, sceneggiatrice, giornalista e critica teatrale, sposata tre volte e passata con squisita disinvoltura da un amante all’altro, è stata esempio di donna testarda e indipendente, capace di conquistare fino all’ultimo il suo pubblico ricevendo visite in una stanza da letto interamente rossa. Anche se i suoi romanzi più celebri rimangono forse GigiChéri (da cui è stato tratto un recente film non memorabile ma che merita di essere visto per almeno tre motivi: una splendida Michelle Pfeiffer, i costumi e le location), io mi ci sono avvicinata prima attraverso la serie di Claudine, pubblicata a nome del primo marito, Willy, e poi con due piccole gemme lette durante un’estate di millanta anni fa, svegliandomi prestissimo per respirare la poca aria fresca del mattino: Sido e La nascita del giorno, nei quali Colette rievoca la figura della madre e le atmosfere della sua infanzia in campagna.
  • Grazia Livi – Una di quelle scoperte delle quali vado particolarmente fiera per averle fatte da sola, seguendo una suggestione, un titolo, un’ispirazione: Grazia Livi ha iniziato la sua carriera come giornalista, ma rendendosi conto che quella professione non faceva per lei (“quella firma non era la mia” disse poi) iniziò un cammino personale e faticoso per imparare a concedersi il permesso di fare ciò che la appassionava davvero: scrivere libri. Ne è uscita una narratrice raffinata, anche se io continuo a preferire i suoi saggi: in particolare Narrare è un destino, nel quale racconta tra l’altro proprio il passaggio da una vita sentita sbagliata alla realizzazione di sé, è stato una pietra miliare nel mio percorso, e mi ha regalato una storia nella quale riconoscermi e delle impronte sulle quali camminare, per un po’, fino a quando non fossi stata capace di iniziare una strada tutta mia. (Bella la voce che le dedica l’Enciclopedia delle Donne).
  • Fred Vargas – Mi aggiravo per casa con l’idea fissa di leggere qualcosa di nuovo e di “freddo”. Spulciando lo scaffale Einaudi mi capitò di sfilare Chi è morto alzi la mano, regalato tempo prima al coniuge (interrogato su come fosse, aveva risposto “sì, non male”), che sfoggiava una bella copertina in bianco e nero con un albero morto. Ritenni fosse sufficientemente freddo da iniziarlo. E dopo dieci pagine ero già irrimediabilmente innamorata di Fred Vargas. I suoi libri, pur battezzati di volta in volta gialli, mistery o noir, sono in realtà romanzi nei quali accidentalmente capita che ci sia un crimine da risolvere e che qualcuno se ne occupi, tra una faccenda e l’altra della propria vita. Che si tratti dei “tre evangelisti” o del commissario Adamsberg, coadiuvato dal capitano (ora comandante) Danglard, sono le caratterizzazioni dei personaggi il vero, strabiliante talento di questa patologa legale prestata alla letteratura. Si comincia a leggere e si viene rapiti in un universo di spalatori di nuvole, sapienti con un debole per il vino bianco, relitti umani di vario genere e grado, e si vorrebbe non uscirne più. Dopo il sopra citato Chi è morto alzi la mano, la mia classifica personale riporta L’uomo a rovescio e L’uomo dai cerchi azzurri.
  • Doris Lessing – Per il tirocinio post laurea lavorai per un’estate nella sede di un ente comunale, dove non c’era aria condizionata ma in compenso si poteva frugare liberamente nella piccola biblioteca messa insieme dalla responsabile del servizio. A quegli scaffali devo due importanti scoperte: La lettera d’amore e Doris Lessing. Di quest’ultima, che conoscevo soltanto di nome, era lì conservato Sotto la pelle, il primo volume della sua autobiografia. Lo presi più che altro per un’inguaribile attrazione per i tomi, e lo divorai in pochi giorni. Affascinante come e più di un romanzo, era anche il mio primo incontro con quello stile così particolare di Lessing, denso e ondivago, che durante la lettura lascia come una sensazione di incompiutezza, ma una volta chiuso il libro fa venire voglia di tradurre tutte le vite del mondo in qualcosa di scritto. Imprescindibile, a seguire, Il taccuino d’oro.
  • Amélie Nothomb – Era un periodo buio, dentro e fuori; pioveva, e io percorrevo su e giù la Feltrinelli di Padova un po’ per ripararmi, un po’ perché quando sto male le librerie sono tra i pochi luoghi che mi confortano. Passando tra gli scaffali mi colpì un titolo: Dizionario dei nomi propri. Autrice, una bizzarra ragazza belga con gli occhi enormi, la pelle bianca e capelli lunghi da fattucchiera. Colpo di fulmine. Da allora ho recuperato e letto tutti i suoi libri (e considerando che ne pubblica uno all’anno ormai hanno una loro presenza di peso nel mio soggiorno), ritrovando in ciascuno quella stessa penna caustica, acuta e tagliente, e allo stesso tempo capace di ricreare con delicatezza e humor incanti, dolori, ossessioni e amori. Amélie Nothomb possiede il talento raro di una scrittura all’apparenza frivola che affonda il coltello in profondità quando meno te lo aspetti. Tra i tanti, amo soprattutto La metafisica dei tubi e Sabotaggio d’amore, con gli anni dell’infanzia della bambina Amélie in Giappone prima e in Cina poi, al seguito del padre diplomatico. Unico difetto: sono troppo, troppo brevi.

rich-richterDevono essere passati quasi dieci anni da quel giorno, in redazione, nel quale un post di Luisa Carrada mi fece scoprire Adrienne Rich. Ricordo di aver letto con gli occhi che si ingrandivano sempre più la sua poesia Dediche sulla rivista Sagarana, e di averla stampata e regalata alla mia collega D, certa che l’avrebbe saputa capire davvero.

Non ricordo invece come riuscii a procurarmi il suo libro Cartografie del silenzio, già allora quasi introvabile, un elegantissimo volumetto dell’editore Crocetti le cui nobili, rigide pagine tuttora me ne impediscono una comoda lettura, ma so di aver provato un certo moto d’orgoglio nel sentirlo protagonista di una delle cacce al libro di Fahrenheit. Come un tesoro che altri cercano, ma che io possiedo.

Un tesoro, sì, e di quelli abbondanti (a partire dal titolo: non è un titolo meraviglioso?) che, per quanto ci torni e ritorni, non smette di stillare parole preziose come dobloni.
Era una gran donna, Adrienne Rich, grande scrittrice e grande poetessa, contestatrice in patria eppure amata, tanto da ricevere svariate onorificenze, e conosciuta fuori degli USA soprattutto per la sua attività di saggista e femminista (Nato di donna è forse il titolo più famoso).
Per mia e vostra fortuna, Maria Popova e Lisa Congdon le hanno dedicato una recente puntata del loro progetto The Reconstructionists (del quale avevamo già parlato qui); in alternativa, potete leggere il suo scarno profilo su Wikipedia.

E poi, naturalmente, perdervi nella sua Dediche. Forse molti di voi la conosceranno già ma, a parer mio, è una di quelle poesie che non conoscono le troppe letture.

Dediche

So che stai leggendo questa poesia
tardi, prima di lasciare il tuo ufficio
con l’unico lampione giallo e una finestra che rabbuia
nella spossatezza di un edificio dissolto nella quiete
quando l’ora di punta è da molto passata.          So che stai leggendo
questa poesia in piedi, in una libreria lontano dall’oceano
in un giorno grigio agli inizi della primavera, deboli fiocchi sospinti
attraverso gli immensi spazi delle pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare,
spirali di lenzuola ristagnano sul letto
e la valigia aperta parla di fuga
ma non puoi andartene ora.           So che stai leggendo questa poesia
mentre il metrò rallenta la corsa, prima di lanciarti su per le scale
verso un amore diverso
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
della televisione, dove scorrono sussulti di immagini mute,
mentre aspetti le ultime notizie sull’intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’aspetto
di occhi incontrati che non si incontrano, di identità con estranei.
So che stai leggendo questa poesia sotto il neon
nella noia stanca dei giovani che sono esclusi,
che si escludono, troppo presto.           So
che stai leggendo questa poesia con la tua vista indebolita:
le tue lenti spesse dilatano le lettere oltre ogni significato e tuttavia continui a leggere
perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia in cucina,
mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla e un libro in mano,
perché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia che non è nella tua lingua:
di alcune parole non conosci il significato, mentre altre ti fanno continuare a leggere
e io voglio sapere quali sono.
So che stai leggendo questa poesia in attesa di udire qualcosa, divisa tra amarezza e speranza,
per poi tornare ai compiti che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non c’è altro da leggere,
lì dove sei approdata, nuda come sei.

(da Un atlante del mondo difficile e riportata in Cartografie del silenzio, Crocetti Editore, 2000)

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Nonostante i buoni propositi, continuo a trovare difficile essere ottimista e speranzosa. Anzi, dopo il (bellissimo) pezzo di Gipi sul Post – e se non l’avete ancora letto fatelo, subito, e poi tornate qui – ho sentito l’impotenza salirmi dentro come veleno dalle radici alle foglie di un albero, trovandomi a chiedere al coniuge: “Ma come si può parlare a chi non solo non vuole, ma non è capace di ascoltare?” mentre scorrevo tra lo schifato e il cinico gli ultimi tweet sulla “guerra civile”: torrenti di battute (alcune molto divertenti, lo ammetto) e qualche sparuta voce che ricordava cosa fosse davvero, una guerra civile, facendomi vergognare di me stessa e della stupidità di questo paese.

Poi stamattina ho letto l’intervista di Concita De Gregorio a Michela Murgia (la trovate citata integralmente in questo post di Loredana Lipperini o sul sito di Repubblica), e sono rimasta folgorata dall’attacco:

Cominciare a raccontare è stato un gesto violento di reazione. Come fa il topo quando è nell’angolo, ha mai ucciso un topo? Nelle case di paese quando c’è un topo in casa le donne sanno che bisogna stancarlo. Allora cominciano a battere per terra con la scopa, e lui scappa, e loro battono, e lui scappa, e loro battono ancora finché non si stanca. Quando si stanca rallenta, e finisce in un angolo. Proprio un momento prima di essere colpito il topo, vinto, fa una cosa in apparenza insensata, l’unica che può fare: attacca.
Non importa se tu sei cento volte più grande di lui e stai per ucciderlo: lui ti si avventa contro, attacca. Io ero quel topo.

Un’immagine luccicante come la spada di Giovanna d’Arco. Essere quel topo. Tentare, anche l’impossibile. Più avanti Murgia aggiunge: “Se non puoi fare più niente, almeno dillo”.
Il che mi ha portata alle parole della pittrice Georgia O’Keeffe (grazie Tiziana), che nel 1923 affermava:

Mi ritrovai a dirmi: non posso vivere dove voglio, non posso andare dove voglio, non posso fare ciò che voglio. Non posso nemmeno dire ciò che voglio. Capii che era molto stupido da parte mia non dipingere nemmeno ciò che volevo.

E, in un’altra occasione (grazie Alessia):

I’ve been absolutely terrified every moment of my life – and I’ve never let it keep me from doing a single thing I wanted to do.

Rieccolo dunque, il topo: essere assolutamente terrorizzati, e andare avanti comunque. Fare quello che crediamo giusto. È quanto dovremmo imparare (e che, se mi si permette la banalità, la nostra cosiddetta sinistra politica dovrebbe re-imparare): non guardare da un’altra parte, non parlare del tempo, non ridicolizzare per sminuire e cambiare argomento. Attaccare. Nonostante la paura.

Scriveva Alessandro Baricco in Castelli di rabbia:

C’è una dignità immensa, nella gente, quando si porta addosso le proprie paure, senza barare, come medaglie della propria mediocrità.

Perché lo siamo, mediocri, almeno in qualcosa lo siamo tutti. E la nostra mediocrità ci spaventa e ci porta a stare fermi, sperando che il leone non ci veda e passi oltre. Ma anche fermarsi è una scelta, che porta con sé le cicatrici delle occasioni perdute, dell’accettazione passiva, della non-vita.
Lo diceva bene Pessoa:

Porto addosso tutte le ferite delle battaglie che non ho combattuto.

Ciascuno con il proprio bagaglio di capacità, dovremmo fare come quel topo. Anche se tutto sembra perduto, e in questi anni è così facile crederlo, uscire dall’angolo e giocarsela. Come dice J.K. Rowling per bocca di Harry Potter,

Era, si disse, la differenza fra l’essere trascinato nell’arena ad affrontare una battaglia mortale e scendere nell’arena a testa alta. Forse qualcuno avrebbe detto che non era una gran scelta, ma Silente sapeva – e lo so anch’io, pensò Harry con uno slancio di feroce orgoglio, e lo sapevano i miei genitori – che c’è tutta la differenza del mondo. (Harry Potter e il Principe Mezzosangue)

Essere quel topo. Già. Ma come?
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