— Clarissapuntod

Sky Bokeh with Dragonfly

Autolavaggio

Forse dovremmo bere molto
Forse dovremmo respirare meglio.
Io morirò per qualche cosa di circolatorio.
Tu morirai per qualche cosa di cardiaco.
Tutto normale. Le tubature e la pompa.

Allora cibarsi con cognizione,
respirare consapevolmente,
ogni giorno lavare la macchina
con quello che ci viene offerto, la materia,
la materia che raffina i Pneumatici.

Spazzare via ciò che non serve,
lasciarsi impressionare da vivande più sottili,
coltivare una pazienza attiva,
pregare: chiedere e aspettare.

Tutti i giorni lavare la macchina
senza pensare di sapere-già,
senza pensare di sapere-tutto.

Separare le cose dai significati, andare contro
a ciò che di meglio si è pensato,
perché qualcosa va perduto in noi
perché una nuova nota suoni.

Stefano Dal Bianco, Prove di libertà, Mondadori.

Immagine: Creative Commons License Ken Bosma via Compfight

icelandIl Gusteau di Rataouille sosteneva che chiunque può cucinare. L’autrice islandese Audur Ava Ólafsdóttir sembra pensarla allo stesso modo, tanto che farcisce il suo La donna è un’isola di cibo e riferimenti mangerecci, e in chiusura aggiunge pure un’appendice con le 47 ricette dei piatti che si incontrano nel libro. E, come se non bastasse, a un certo punto regala questa… saporita tirata sugli accompagnamenti musicali preferiti dalla protagonista per pasticciare in cucina.

Non che stare ai fornelli sia il mio massimo, ma chi sa leggere sa anche cucinare, quindi… E poi la sera, da sola a letto, non è affatto male mettersi a sfogliare libri di ricette in lingua originale. [...] Cucinare è un po’ farsi una cultura. Io non memorizzo mai una ricetta, seguo scrupolosamente le istruzioni. Affronto ogni piatto, anche quelli più noiosi che richiedono più tempo, ascoltando musica. Se cucino pollo al limone con le olive, il disco adatto è Sahra di Khaled, per la minestra di zucca c’è Pinetop Perkins, le pannocchie di mais grigliate richiedono Rubén Gonzáles, con l’ossobuco o con il baccalà alla livornese metto su Gianmaria Testa, mentre Dvorak o Liszt sono perfetti quando preparo le diós palasinta, che sono simili alle crêpe con un ripieno a base di noci. Per Strauss non ho mai avuto una gran passione, però lo ascolto se decido di fare la pustertaler Kassuppe, invece con la zuppa di carne islandese ci sta benissimo un qualunque pezzo di Bjarni Thorsteinsson, mentre il borc, cioè cavoli farciti alla moscovita, lo accompagno con la suite per orchestra di Prokof´ev. Niente di particolarmente originale, forse. Infatti, non sono certamente la prima persona al mondo che si mette a preparare dei cavoli farciti.

Audur Ava Ólafsdóttir, La donna è un’isola, Einaudi.

ps. chiedo scusa per la mancanza di accenti e altri segni nei nomi di alcuni piatti, ma mi pesava troppo il posteriore andarli a recuperare. È pur sempre domenica e io sono pur sempre una delle persone più pigre del creato.

pps. Ólafsdóttir è anche l’autrice del meraviglioso Rosa candida, e se non l’avete ancora letto vi consiglio caldamente di procurarvelo.

Immagine: Inspired by Iceland

google+Da ieri questo blogghetto ha anche una sua pagina su Google+, indi se vi va passate, lasciate qualche +1 qua e là, e se proprio gli (al blog) volete tanto bene, aggiungetelo alle vostre cerchie (no no, “accerchiatemi” non lo dico).

francescopiccoloPotremmo intitolarlo “discorso sulla sinistra italiana”. In realtà è Il desiderio di essere come tutti*, l’ha scritto Francesco Piccolo e mi pare una lettura straordinariamente attuale in questi giorni. Procedo quindi con le citazioni.

La nostra [della sinistra, ndr] occupazione principale, in tutti questi anni, è stata quella di tracciare i confini. Avendo anche la flessibilità di spostarli, quando era il caso, ma comunque tenendo ferma una linea semplificatrice che dicesse: di qua stiamo noi, di là stanno gli altri. Tu puoi venire qua, tu adesso devi andare al di là della linea. Spostiamola un po’ per fare entrare una parte dei moderati in più; non tanti, però.
[...]  Tutti quelli che stanno di qua stanno con noi, tutti quelli che stanno si là stanno contro di noi. Noi siamo i buoni, loro i cattivi – come nei film. In verità, la differenza con i film è che nei film i buoni vincono, mentre noi spesso perdiamo. Ma il fatto che perdiamo non ci dà nessun senso di debolezza, anzi. Il fatto di stare dalla parte giusta ci basta, ci rende solidi. E anzi, se dobbiamo dirla tutta, ci piace essere dalla parte giusta e perdere. Perché nella sconfitta si è più uniti, mentre quelli che vincono diventano sempre un po’ arroganti. Perché la sconfitta non mette in gioco la quantità di problemi che mette in gioco la vittoria.

[...] siamo diventati la parte più reazionaria del Paese, nonostante ci fossimo definiti moderni, oltre che civili. In pratica, abbiamo cominciato a fare resistenza al malcostume, alla degenerazione, e pian piano la resistenza è diventata la nostra caratteristica principale, che è tracimata anche nel costume, in ogni forma di cambiamento, di accadimento. Abbiamo cominciato perfino a usare la parola: resistere – che è diventata senso di estraneità a tutto. Diamo l’impressione, al resto del Paese, di giudicarlo male qualsiasi cosa provi a fare; di essere scandalizzati, a volte inorriditi.
A noi della sinistra italiana, nella sostanza, non piacciono gli italiani che non fanno parte della sinistra italiana. Non li amiamo. Sentiamo di essere un’oasi abitata dai migliori, nel mezzo di un Paese estraneo. Di conseguenza sentiamo di non avere nessuna responsabilità.

[...] Però, a questo Paese che non ci piace, che non possiamo amare, del quale non sentiamo di far parte, e che osserviamo inorriditi ed estranei, noi della sinistra italiana a ogni elezione, siamo costretti a chiedere il voto. Vogliamo, cioè, che quella parte di Paese che disprezziamo, si affidi alle nostre cure. Ciò che puntualmente non avviene, proprio perché il Paese sente questo senso di estraneità. E poiché non avviene, noi della sinistra italiana ci indigniamo di più, ci estraniamo di più e riteniamo di essere ancora meno responsabili di questo Paese di cui non sentiamo di far parte.

[continua]

* Se vi chiedete il perché di una copertina Einaudi senza immagine, sappiate che non è così, l’immagine c’è

8/52 : Dolly
È uno di quei momenti felici nei quali incappi apparentemente per caso in parole (e non solo) che c’entrano molto con quello che stai vivendo.

È uno di quei momenti felici che sarebbe un peccato tenere per te.
È uno di quei momenti felici in cui, dopo mesi di desolato blog-silenzio, decidi in quattro minuti di inaugurare una serie di post-citazioni, in tre li programmi, in due scrivi il primo. E poi passi l’ora successiva a cercare un’immagine da mettere in apertura (fino a che non scopri che Compfight può farlo per te).

In una conferenza ormai famosa tenutasi nel 1919, dal titolo La politica come professione, Max Weber distingue due modi di agire nella pratica politica: l’etica dei principî e l’etica della responsabilità.
Nella sostanza, chi si comporta secondo l’etica dei principî, non tiene conto delle conseguenze delle proprie idee. Cioè: fa delle scelte secondo i suoi ideali, agisce in un modo che ritiene giusto, e questo può bastare: le conseguenze che derivano da ciò che è stato fatto non interessano. Non riguardano colui che agisce; riguardano, dice Weber, il mondo, e quindi la possibile stupidità degli esseri umani. Riguardano, quindi, gli altri.

L’etica della responsabilità, invece, per ogni decisione da prendere tiene conto delle conseguenze prevedibili. [...] Come dice Weber, tiene conto dei difetti degli esseri umani; e non attribuisce agli altri le conseguenze del proprio agire.

Chi fa politica scodo l’etica dei principî, segue le sue idee e tiene conto soltanto di quelle – in pratica si sottrae a un vero e proprio atto politico; chi fa politica secondo l’etica della responsabilità, si pone ogni volta il problema di ciò che accadrà in seguito a una sua decisione – in pratica mette in atto un’azione politica.

Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, Einaudi 2013.

Immagine: Eric Constantineau via Compfight

Oggi è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne  – un altro di quegli appuntamenti che detesto, come sa chi segue questo blog, ma per i quali bisogna comunque lavorare, come dice giustamente Mafe De Baggis su Facebook, “per rendere inutili prima le ultime due parole, poi la giornata intera.”

E partendo da quanto scrive Loredana Lipperini nel suo ultimo post, specialmente questa parte:

“In tutte le storie in cui si parla della famiglia c’è una mamma che fa biscotti e cioccolato caldo e torte, le bambine sono confuse e spaventate e puliscono con la magia le loro stanze! Le bambine sono sempre in minoranza, sono quelle che scoprono i fiori mentre gli uomini scoprono cimeli di famiglia fantastici, che parlano dei fratellini e se raccontano una fiaba parlano di principi e principesse, mentre  i maschi parlano di draghi e robot”

vi voglio raccontare qualcosa di me.

Quand’ero piccola amavo le macchinine, la cassetta degli attrezzi di papà e il Meccano. Ma mia madre regalò ad altri le mie quattroruote, il cugino maschio ebbe il Meccano per Natale, e la cassetta era off limits.

Quand’ero piccola durante i pranzi di famiglia ci si aspettava che io, in quanto femmina, aiutassi a servire in tavola e a sparecchiare, e se, indicando mio cugino, mio padre e i miei zii, chiedevo “perché io sì e loro no?” nessuno ebbe mai il coraggio di rispondere “perché sei una femmina”. Non lo facevano apposta, ma proprio non concepivano che potessi essere priva di muliebri virtù.

Quand’ero piccola avrei tanto voluto che in tv passasse uno spot come questo:

Come scriveva @tillneuburg in un commento a questo post di Giovanna Cosenza,

Un creativo nostrano difficilmente si farebbe venire in mente una headline tipo “Italians do it better” con sopra le foto di Montessori, Hack, Modotti, Magnani, Pivano, Levi Montalcini… gli sembrerebbe assurdo pensare una campagna dove gli uomini invocano l’aiuto delle donne per guarirli finalmente dal razzismo sessuale delle mafie e della Chiesa… non se la sentirebbe di chiedere ironicamente la parità tra i generi sollecitando l’adeguamento (verso il basso) degli stipendi maschili ai livelli di quelli femminili… non ce la farebbe a proporre una campagna titolata “Ecco un vispo maschietto, tutto suo padre!” abbinata a eloquenti immagini di bamboline Barbie, oggetti Winx, un fotogramma del kitsch-cartoon Heidi, contrapposta a un’altra campagna, parallela, con la headline “Ecco una femminuccia dolcissima, tale e quale la Mamma” con immagini di videogiochi militari, ragazzini conciati da ultrà calcistici, videate da cartoon di manga combattenti…

Così le mamme continuano a cuocere biscotti, le bimbe a scoprire i fiori, i padri a rientrare stanchi dal lavoro e i bimbi a darsele di santa ragione con spade e mostriciattoli vari.

Per me negli anni le cose sono migliorate, mio padre mi ha insegnato a fare i nodi per fissare i bagagli sul tetto della macchina e a montare una presa, e nonostante sia diventata juventina (colpo al cuore per la sua fede viola) è contento di discutere con me del campionato. Parenti e amici in blocco mi chiamano quando si tratta di compare un computer o sintonizzare un decoder, e i miei nipoti non vedono l’ora di passare di qua per mettere le mani sul mio corredo Apple.
Ma rimango ancora una simpatica, bizzarra eccezione. E mia madre si sente in colpa per aver dato in isposa siffatta pessima casalinga, come se in qualche modo avesse fallito nel suo compito di educatrice, e si turba se le racconto che il coniuge la domenica mattina si diletta a pulire i fornelli mentre io leggo il giornale ad alta voce.

Questo non è un mondo per femmine, non lo è ancora, ma potrebbe diventarlo. E sta – anche – a noi, che ci ricordiamo delle macchinine e del Meccano e preferivamo leggere sul divano piuttosto che cucire un corredino alla Barbie (e oggi preferiamo leggere in poltrona piuttosto che pulire le credenze) insegnare le cose in modo diverso.

Così forse un giorno in tv si smetterà di riferire che tra le vittime di un naufragio c’erano “vecchi, DONNE e bambini”, e si parlerà semplicemente di PERSONE.

sintassiChiara Valerio è una delle mie icone contemporanee. Non so se le piacerebbe sentirsi definire icona, a naso non credo, ma in fondo io che ne so?
Chiara Valerio l’ho “incontrata” qualche anno fa sulle colonne del Sole 24 ore, l’ho ritrovata nei suoi libri e nei suoi saggi sparsi in rete e mi sono innamorata della sua mente acuta, della sua intelligenza mobilissima, del suo parlare di corsa usando un linguaggio fiorito che non teme di essere alto e basso nello stesso discorso (per farvene un’idea potete ascoltarla in questa breve intervista rilasciata a RaiEdu).
L’ho seguita su Twitter, dove mi ha fatto l’onore di seguirmi a sua volta (non sto scherzando, per me è davvero un onore), l’ho ascoltata a Pordenonelegge mentre intervistava Antonio Pascale presentandosi come la sua valletta, e finendo col dominare la scena (l’ho amata ancora di più.  L’ho abbracciata perfino, alla fine dell’incontro, quando mi ha salutata e riconosciuta mandando in estasi la piccola groupie che vive in me.

Chiara è una dottoressa in matematica che scrive libri, pubblica critica letteraria, ama Virginia Woolf, fa la redattrice per Nuovi Argomenti e Nazione Indiana e l’editor per Nottetempo (e di sicuro un sacco di altre cose che non conosco perché, appunto, io che ne so).
E nei suoi pezzi di critica – vera, colta e accorta, piena di rimandi e suggestioni – scrive cose molto belle che dicono non solo dei libri di cui parla, ma anche di lei e dei suoi pensieri. Che, in caso non si fosse capito, mi piacciono parecchio.

Sulla Domenica del Sole di ieri, per esempio, parlando di Bambina mia (libro finora a me ignoto, ma che mi procurerò quanto prima) ha scritto questa cosa che personalmente vergherei sui muri:

“Leggendo Bambina mia ci si accorge che la letteratura, quando è tale, è sempre civile. Perché [...] imparare le parole e usarle bene e condividerle e raccontarle, in un romanzo di formazione sentimentale e culturale, personale e di comunità, è un passo vero verso un quotidiano in cui la prepotenza, la maleducazione, l’indifferenza verso gli altri e il disprezzo per l’ambiente, per esempio, possono essere limitati, analizzati. Ricostruire un terreno condiviso di concetti e parole, reintrodurre temporali, modali e causali, le subordinate, per riportare nella nostra paratassi il rapporto di causa effetto, e dunque la responsabilità, le conseguenze e le correzioni. E anche per essere più felici.(il grassetto è mio)

Se dare un nome alle cose è fondamentale per poterle capire, imparare ad articolare il pensiero e a costruire cattedrali di parole non ci trasforma in novelli Proust, ma in esseri umani capaci di affrontare il mondo e convivere con la sua complessità, invece di farcene risucchiare.

Credito immagine.

azzurro1La poesia in dialetto può sembrare sulle prime ostica e ostile, come ogni lingua sconosciuta la prima volta che la si ascolti. Ma lasciar rotolare sulla lingua sillabe dai suoni misteriosi ha un fascino tutto suo, che sto sperimentando una volta di più con i versi di Pierluigi Cappello, bellissima voce di un Friuli che conosco ancora così poco.

Tô la mê bocje amôr sul to savôr
la mê vergogne di vivi cumò
ch’o ti tocji ch’o ti sfiori e o ti cor
come inte gnot un gjat adôr dai mûrs;
jo o ti cor come un gjat adôr dai mûrs
siben ch’o sai che intai conts di amôr
doi mancul un mancul di zeri al fâs
e un plui un un al varès di fâ,
siben che e reste cumò che tu vaâs
la mê cerce di te su la tô piel
su la mê il risinâ dai tiei cjavei

e je dentri te tô la mê pôre
di smenteâmi di me.

Tu la mia bocca, amore, sul tuo sapore, la mia vergogna di vivere adesso che ti tocco che ti sfioro e ti corro, come un gatto nella notte rade i muri; io ti corro come un gatto rade i muri, sebbene sappia che nei calcoli d’amore due meno uno dia meno di zero e uno più uno dovrebbe dare uno, benché resti, adesso che vai, il mio cercarti sulla tua pelle, sulla mia lo stillare dei tuoi capelli, e dentro la tua la mia paura di smemorarmi di te.

Pierluigi Cappello, II, Amôrs (da Azzurro elementare, Bur).

Immagine: Edvard Munch (Norwegian, 1863-1944), Kiss by the Window, 1892, Oil on canvas, 73 x 92 cm, The National Museum of Art, Architecture and Design, Oslo, NG.M.02812, © 2008 The Munch Museum / The Munch-Ellingsen Group / Artists Rights Society (ARS), NY. (grazie ad Alessia per avermi ha fatto scoprire questo dettagliatissimo archivio dedicato a Munch).

17nov2013Today I opened a cookbook. I mean a real book, with thick cover and pages and photographs and words printed in ink.  You know I’m perfectly fine with e-books and Internet and all the ‘digital life’ stuff, but once in a while it’s nice flipping through pages of paper instead of pixels.

Said book was Nigel Slater’s The Kitchen Diaries vol. I (which I already quoted here), and this is what I’ve found about Chinatown market.

I visit Chinatown one a week, usually on a Friday, for plastic bags of greens – pak choi,  yellow-flowered choy sum, lanky Chinese broccoli – and for papayas, net bags of lychees and cheap bunches of coriander. I pick up ginger if I need it but only if it is truly plump and smells faintly of lemon when you scratch the skin with your nail. Sometimes there is heavier shopping: bottles of salty oysters sauce and light soy, packets of noodles, or a duck for roasting. I am always tempted by the fresh pork buns, which I take home to steam and then remember how they are somehow never the same as when you have them in a restaurant.
Occasionally, the streets there seem intimidating. Trolleys bite at your ankles. The back doorways smell of pee. The shopkeepers rarely crack a smile. But there is a buzz too, especially in the mornings when the lorries are unloading their wicker baskets of greens and polystyrene boxes of small blue crabs and live grey prawns. There is nowhere more exciting to shop.

That day he ended up bringing home a duck. Not one as a pet, but a dead one, to make the delicious stew you can see in the picture above, with garlic, anise star, rice and ginger. Sometimes I wish I’d married a chef.
(But since I’ve married a really good househusband instead, I definitely can’t complain).

Ps. Yes, I’m back. Aren’t you happy?

Come Picasso col rosa e il blu, io pure attraverso fasi di passioni monotematiche: attualmente ho il privilegio di trovarmi in un periodo giapponese. Ovvio quindi che del post sugli orti urbani e la “nuova rivoluzione verde” pubblicato da Giovanna Tinunin su STREAM! mi abbia colpito soprattutto questo video.
Dove si narra l’esperienza di Pesona Group, azienda di Tokyo che – “ricordandosi che gli edifici hanno anche un interno” – ha iniziato a coltivare insalate e pomodori nei propri uffici (e melanzane, fagioli e svariate altre verdurine).

Se l’argomento dell’autosufficienza vegetale e degli orti come strumento di innovazione sociale già vi interessa, o se ne sapete poco e vorreste rimediare,  leggetevi con fiducia tutto il post: oltre a essere piacevole e ben scritto – come tutto quello che esce dalla tastiera di Giovanna – è anche fittissimo di informazioni e idee. E dopo non potrete più guardare i vostri davanzali con gli stessi occhi annoiati.

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