A riprova che non si tratta di qualcosa che interessa solo me, continuo a imbattermi in trattazioni – più o meno condivisibili – sul rapporto fra cultura, tecnologia, fretta e lentezza, superficie e profondità. L’ultima è questo articolo di Susanna Tamaro, pubblicato sul Corriere qualche giorno fa a corollario delle notizie sulla morte del bimbo dimenticato in auto dal padre.
Di norma non seguo troppo Tamaro (ritengo di aver dato a sufficienza quando mi innamorai per tre mesi di Va’ dove di porta il cuore e lo difesi pure con le amiche ciniche), ma in questo caso apprezzo e sottolineo il suo intervento:
[...] In un mondo ciecamente devoto al progresso, ci siamo convinti di essere solo cultura e che proprio questo nostro essere cultura ci permettesse rapidamente di adattare la nostra vita alle nuove esigenze. [...] Il mondo che ci vuole solo esseri culturali nasconde in realtà una grande fragilità. Noi siamo frutto dell’evoluzione: se la nostra storia fosse una torta, la cultura ne sarebbe una meravigliosa e spessa guarnizione, ma non l’essenza stessa. La base della torta è la natura, e la natura porta con sé delle leggi per ognuna delle specie. Anche l’uomo ha la sua etologia, ed è questa etologia, costituita da migliaia di anni di evoluzione parallela — di natura e cultura — ad essere stata scardinata negli ultimi trent’anni. Scardinata nei suoi comportamenti, nelle tappe della vita, nei ritmi della quotidianità, nel lento fluire del pensiero.
È stata la nostra capacità di attenzione e di concentrazione a costruire nei secoli quel che noi chiamiamo cultura. Ci è voluta attenzione e concentrazione per capire i ritmi della terra e dare via all’agricoltura. E ancora attenzione, e concentrazione sono state necessarie per costruire, ad esempio, il Duomo di Orvieto, senza l’aiuto di macchine, computer, colate di cemento. Eppure, se lo si guarda, non c’è dettaglio o ornamento che non sia perfetto. L’attenzione è il pilastro portante della nostra vita ma, per esistere nella sua feconda creatività, ha bisogno di radicamento, di profondità, di una direzione univoca verso cui andare. L’irruzione delle tecnologie di comunicazione veloce degli ultimi vent’anni ha completamente frantumato la nostra capacità di attenzione profonda.
Siamo attenti, sì, terribilmente attenti, ma solo ai crepitii di superficie, agli squilli, ai cinguettii, ai led luminosi, sempre pronti alla risposta, sempre raggiungibili da tutti e sempre terrorizzati di perdere quell’onda che ci tiene connessi col mondo virtuale che ci circonda. Ma questo nostro essere eternamente connessi ci ha portato inevitabilmente a vivere in uno stato di continuo allarme. Il nostro cervello è fatto per la profondità e la lentezza, allontanarlo da questa condizione non può che metterlo in uno stato di grande instabilità.
Non si tratta di essere contro la tecnologia, ma di capire quanto la tecnologia serva a noi e quanto noi, invece, siamo destinati ad essere servi della tecnologia. Senza attenzione profonda, uno scrittore non riesce a scrivere un libro, un poeta una poesia, uno scienziato fare una scoperta. Senza attenzione profonda si disgregano anche i rapporti umani, perché quel che costruisce i rapporti umani è soltanto l’amore, e l’amore non è altro che una forma di attenzione prolungata nel tempo.
(grazie a Luisa Carrada e al suo blog per aver segnalato il pezzo)





























































